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Approfondimenti, abbigliamento

NON SOLO MODA

Non solo moda...
In una società basata sui consumi anche la moda non può che essere usa e getta. In altre culture (ma era così anche nella nostra, fino a qualche decennio fa) gli abiti sono fatti per durare il più a lungo possibile. I nostri vestiti invece sono concepiti per durare pochi mesi, dopodiché passano di moda e quindi non li si usa più. L'eleganza vera invece non sta nel seguire i messaggi pubblicitari, ma nella cura di sé e nello stile personale che si trasmette.

...ma anche salute!

Nella scelta dei materiali degli indumenti possiamo salvaguardare l'ecosistema e la nostra salute, ritornando ad uno stile di vita più naturale ed essenziale.

Per prima cosa bisogna preferire le fibre tessili naturali rispetto a quelle sintetiche. E importante però che i tessuti provengano da produzioni biologiche e non siano stati trasformati con trattamenti chimici industriali: non basta l'etichetta cotone 100% per garantire tutto questo, bisogna informarsi sui processi produttivi usati. Anche i colori devono essere di origine naturale e non chimica.

Cotone, lana e seta permettono la traspirazione della pelle e favoriscono il benessere dell'organismo. Tra le fibre naturali possono essere rivalutate il lino, tessuto fresco e resistente e la canapa. Questa pianta, molto coltivata in passato anche nella pianura bolognese, produce una fibra robusta, duratura e pregiata; inoltre è una specie vegetale molto resistente e si può coltivare senza fare uso di pesticidi.

Le fibre sintetiche, invece, (rayon, nylon, lycra, poliestere, acrilico...) sono di produzione chimica, sono derivate dal petrolio e hanno un più alto impatto ambientale. Sono inoltre più dannose all'organismo: non consentono alla pelle un'adeguata traspirazione, possono favorire allergie e accumulano una maggiore carica elettrostatica.

Guardaroba: istruzioni per l'uso.
Per ridurre lo spreco e gli acquisti inutili la prima cosa da fare è quella di utilizzar al meglio i vestiti che già abbiamo: evitiamo di buttare materiali ancora utilizzabili: qualche piccolo lavoro di cucitura, orlo, rammendatura può prolungare la vita a tanti vestiti. E magari far rinascere una tradizione di lavoro manuale e di piccolo artigianato dell'ago e del filo.

Per far durare gli abiti è importante anche una corretta manutenzione, con lavaggi e asciugature non troppo aggressivi che possono logorare i tessuti, sbiadirli, macchiarli o infeltrirli; prestare attenzione nella stiratura e adottare qualche accorgimento antitarme (rigorosamente naturale).

Vestiti usati?
I vestiti usati sono ecologici perché evitano lo spreco di risorse preziose. Si possono trovare in appositi negozi e mercatini a prezzi convenienti, alcuni sostengono anche progetti di solidarietà. Cercare pezzi interessanti nei mercatini dell'usato e poi riadattarli alle nostre esigenze può diventare anche un'attività creativa oltre che sobria e sostenibile.

Lo scambio dei vestiti usati può essere molto utile soprattutto quando si hanno dei bambini. In questo caso si possono creare dei circoli di scambio con altre famiglie.

I nostri vestiti sono puliti?
No, non stiamo parlando di detersivi o di candeggio, ma di diritti dei lavoratori. Ormai la maggior parte dei capi di abbigliamento, che siano firmati oppure a basso costo, provengono da stabilimenti collocati nei paesi più poveri dove le imprese occidentali tengono bassi i costi della manodopera per aumentare i propri guadagni. Ma il prezzo vero chi lo paga?

Il tessile è uno dei settori in cui è più alto lo sfruttamento dei diritti dei lavoratori: in maggioranza donne e spesso anche bambini. Quando acquistiamo abiti, prodotti tessili e sportivi, è importante sapere dove vengono prodotti e a quali condizioni, e di conseguenza scegliere i prodotti provenienti da filiere pulite, biologiche, eque e solidali.

Alcune organizzazioni italiane, tra cui il Centro Nuovo modello di sviluppo hanno lanciato anche in Italia la Campagna internazionale Abiti puliti (www.abitipuliti.org).

L'obiettivo della campagna è far pressione sulle imprese perchè si prendano la responsabilità di produrre in condizioni di lavoro dignitose; sostenere i lavoratori, i sindacati e le Ong dei paesi produttori; aumentare la consapevolezza dei consumatori che, attraverso informazioni accurate sulle condizioni di lavoro nell'industria del tessile e dell'abbigliamento, possono mobilitarsi usando il loro potere di scelta e condizionamento nei confronti delle imprese.

Chi ci ha fatto le scarpe?
Uno dei casi più noti è quello delle scarpe sportive, per le varie campagne di boicottaggio contro le multinazionali più famose (Nike in primo luogo) che producono con sistemi di pesantissimo sfruttamento dei lavoratori in stabilimenti nei paesi del sud del mondo.

Un'alternativa simbolica ma che può avere uno sviluppo interessante sono le scarpe Black Spot Sneaker. L'idea è nata dall'associazione ADBUSTERS: dopo avere tanto combattuto la Nike con boicottaggi e denunce ha deciso di affrontarla sul suo stesso terreno, dimostrando che si possono realizzare scarpe senza sfruttare i lavoratori e devastare l'ambiente. Così sono nate le scarpe Black Spot, prodotte in una fabbrica portoghese a prova di consumatore critico: condizioni di lavoro ottimali e stipendio sopra la media. Le scarpe sono in canapa organica e biodegradabili al 70%. Sono vendute in tutto il mondo sul sito: http://adbusters.org/metas/corpo/blackspotsneaker .

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